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“Don't trust a soul if it does not fall We learn nothing without gaping wounds We must grow to stomach the taste of our own blood We have to accept that love is not enough”
Inizia così, Love Is Not Enough dei Converge, con la title track scaraventata addosso all'ascoltatore, con quella rabbia tipica del gruppo, mescolata a quel senso di perenne fragilità combattuta a colpi di metalcore. La band, che da decenni ha ridefinito e rivoluzionato i confini del genere, a partire da quel capolavoro di emozione e potenza che fu Jane Doe nel 2001, torna così con questo undicesimo album in studio, registrato e mixato da Kurt Ballou ai God City Studios e masterizzato da Alan Douches, in cui quella faccia di donna diviene un angelo decaduto come i pensieri, come la società odierna.
Dopo la parentesi più dilatata e atmosferica di Bloodmoon assieme a Chelsea Wolfe, con Love Is Not Enough il suono torna, splendido e dirompente, a essere quello dei Converge, più maturo certo ma sempre immediato, figlio di una urgenza emotiva che taglia le note, le fa sanguinare una ad una senza tralasciare la loro innata capacità di cesellare differenti incastri ritmici, post-hardcore, grind e sludge, tra le maglie del mathcore. L'amore decadente e nichilista, quella visione introspettiva e quella sofferenza lacerante che da sempre accompagna i testi di Jacob Bannon in questo disco diviene sentimento globale, specchio in frantumi dei nostri tempi, anima corale che disegna il declino dell'universo contemporaneo.
L'album vive così di una penetrante forma di fisicità sia dal punto di vista testuale che sonoro, di una tensione emotiva viscerale che sembra scissa in due dall'incedere solenne della strumentale “Beyond Repair” a metà disco. E così se i primi pezzi sono veloce furia brutale e nervosa, come la propaganda sonora di “Distract And Divide”, la violenza pura di “Bad Faith” e “To Feel Something”, il resto dell'album segue le traiettorie di un sound più lentamente pesante, un macigno che scava tra le note della psicotropa “Gilded Cage” e la vulnerabilità di “Make Me Forget You”.
“Why do we all gather to mourn yet not to cherish?” cantano nella finale “We Were Never The Same”, con quella percezione di mesta rassegnazione furiosa che permea tutto il disco e che al contempo ingloba un pungente senso di realtà moderna nella quale l'amore non basta, ma la dissonanza dell'empatia può forse essere salvifica nell'illusione stessa dell'esistenza.
Articolo del
15/04/2026 -
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