|
C’è chi attraversa la musica, il cinema e la fotografia come territori separati e chi, invece, li vive come un unico grande racconto. Toni Occhiello appartiene alla seconda categoria. Regista, sceneggiatore e fotografo con un percorso che da Roma lo ha portato fino a Hollywood, Occhiello ha immortalato artisti, vissuto stagioni irripetibili della cultura musicale e cinematografica e lavorato accanto a figure leggendarie del grande schermo. Oggi, mentre le sue immagini tornano protagoniste nella mostra ROMASUONA – La musica in Italia 1970-1979 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, si racconta ad Extra senza filtri: dai ricordi di set e palcoscenici all’incontro con Steven Spielberg, dalla nostalgia per un cinema capace di rischiare fino ai nuovi progetti internazionali ancora in gestazione. Un’intervista che è insieme memoria, visione e dichiarazione d’amore per l’arte come destino.
Toni tu sei un artista a 360° gradi. Regista, sceneggiatore, e grandissimo fotografo. Proprio in questa veste, in questi giorni si possono ammirare le tue opere (anche di altri tuoi colleghi) della bellissima mostra “ROMASUONA, LA MUSICA IN ITALIA 1970-1979”, presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma. Cosa ti lega a questo progetto e cosa possiamo comunicare ai giovani? Quando Guido Bellachioma, ideatore, produttore e curatore della Mostra, mi contattò, quasi un anno fa, per invitarmi a far parte di questo viaggio (il cui titolo originale, “La Complessa Armonia”, era bellissimo e mi conquistò subito - anche grazie alla dettagliata presentazione scritta da Guido), sentii subito che stavamo facendo qualcosa di importante, che avrebbe lasciato un segno: non un semplice viaggio nostalgico “down memory lane”, ma una vera e propria valorizzazione dei valori e dei significati di un decennio che considero, insieme agli anni '60, “l'age d'or” dell'Umanità - o comunque della civiltà e della cultura occidentale – e non, come spesso si tende a pensare, solo i famigerati “anni di piombo”. Sia io che Guido pensiamo che l'immenso flusso di creatività, di consapevolezza e di conquiste sociali e intellettuali di quel periodo non debbano andare disperse; e che possano ispirare le giovani generazioni, apparentemente deprivate di quegli ideali e di quella “forza motrice” che noi abbiamo avuto la fortuna di vivere in prima persona. Anche per questo, io e Guido condividiamo un futuro progetto audiovisivo (di cui è prematuro ora far cenno) che, partendo da questa Mostra, possa raggiungere quante più persone possibile. Infine, per quanto attiene strettamente a me, l'idea di questa Mostra mi ha naturalmente attratto (e non sarei sincero se non ne facessi menzione) e per l'opportunità di far conoscere le mie foto ad un pubblico più vasto di quello dei lettori delle riviste dove vengono solitamente pubblicate; e per l'occasione di mostrare tantissime mie foto inedite; e infine, last but not least, per il piacere di condividere questo prestigioso e solenne spazio dedicato all'Arte, il Palazzo delle Esposizioni di Roma, con un ristretto gruppo di colleghi fotografi tra i quali esiste un rapporto di reciproca stima e apprezzamento del nostro lavoro. Quattro di essi, purtroppo, ci hanno lasciato, e alla loro memoria spero questa Mostra possa contribuire.
La musica fu il tuo primo amore? In realtà, la musica, la fotografia e il cinema, tutte insieme, quasi simultaneamente. Ho comprato i miei 2 primi LP (entrambi RCA) quando avevo 12 anni: un Elvis (colonna sonora di un suo film) e uno di musiche da film che si chiamava “Da Hollywood a Cinecittà”. Un titolo che è diventato un sogno ed una premonizione: da grande ho infatti lavorato poi come sceneggiatore e regista, sia a Cinecittà che a Hollywood. Sempre a 12 anni, ho cominciato a fotografare: prima con la Ferrania di mio zio, poi una Kodak Instamatic, poi una Zenit russa e infine la Nikon, che è diventata la mia “sposa” inseparabile. E a 13 anni, infine, scrissi e diressi il mio primo cortometraggio, con una cinepresa Canon 8mm. Ma la svolta che decise la mia vita e la mia carriera, fu un viaggio che feci da solo a 21 anni, girando tutta Europa alla guida della mia Ford Escort e con la Zenit al collo. A Roma, dove studiavo a La Sapienza, avevo conosciuto e mi ero innamorato follemente di Gonnie, la mia “fidanzatina” olandese: e quando arrivai a Oldenzaal e la fotografai per la prima volta, qualcosa scattò in me: sentii che avevo trovato la mia “vocazione” ...ed anche la mia Musa. Che a tutt'oggi, decenni dopo, mi sta ancora vicino e continua ad ispirare e a dare significato a tutto il mio lavoro...e alla mia vita. Un “amore a prima vista” che è poi, nel tempo, diventato il mio vero amore... E la nostra favola. Da quel punto di vista, non è stata né la musica, né la fotografia né il cinema il mio “primo amore”: ma Gonnie. Di tutti gli artisti che hai fotografato per la mostra, c’è qualcuno di loro con il quale sei ancora in contatto o ci fu qualcuno che ti colpì in maniera particolare? Di tutti gli artisti di cui le mie foto sono esposte alla Mostra, l'unico con cui abbia oggi qualche sporadico contatto è Antonello Venditti: è stato il solo che si sia fatto vivo quando ho presentato, qualche tempo fa, il mio primo libro: “146 Ocean Boulevard”. Le foto degli artisti da me fotografati che più mi hanno più colpito non sono, purtroppo, presenti alla Mostra, il cui orizzonte temporale ingloba solo gli anni '70: sono Luciano Pavarotti e Frank Sinatra, da me fotografati estensivamente a New York negli anni '80. Perché non erano solo due straordinari artisti; ma soprattutto, due straordinari esseri umani e due veri gentlemen. Sono gli unici artisti da me fotografati che mi abbiano offerto lo straordinario privilegio del loro calore umano – della loro “amicizia”, oserei persino dire, se il termine non suonasse eccessivo o pretenzioso. Non serbo ricordi particolarmente calorosi, invece, di altri, che ho spesso trovato provinciali o “spocchiosi”... con la lodevole eccezione di Alan Sorrenti, di cui ho diretto “Figli delle Stelle”, il primo EP (Extended Play) videoclip mai realizzato al mondo: ben 4 anni prima di “Thriller” di Michael Jackson. Ma Alan, proprio come Pavarotti e Sinatra, è un Grande. E i Grandi sono semplici – non “spocchiosi”. Tu hai iniziato la tua carriera nel cinema come enfant prodige a Hollywood col genio Steven Spielberg. Ci racconti come hai conosciuto il Maestro? Dopo il grande successo di “Figli delle Stelle” di Alan (e anche del relativo videoclip-extended play da me realizzato per la EMI), il suo produttore e mio amico, Corrado Bacchelli, mi offerse di andare a lavorare per la sua etichetta discografica, la CBO Records, a Los Angeles. Una volta arrivato a Hollywood, ebbi la fortuna di conoscere William Fraker, uno dei più grandi direttori di fotografia americani (“Rosemary's Baby”, “Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo”, “Il Paradiso Può Attendere”, “War Games”, “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”), che mi prese sotto la sua ala e mi iscrisse al master di sceneggiatura e regia del DGA (Directors Guild of America). Quando mi “diplomai”, Billy Fraker stava girando, sempre come direttore di fotografia, “1941” di Steven Spielberg, e mi fece fare praticantato con Steven. Non credo esista al mondo un regista e produttore più talentuoso e straordinario di Steven: la sua “lineage” viene direttamente da (e al contempo tramanda) la legacy di Howard Hawks, John Ford e Sir Alfred Hitchcock. Quando non ci sarà più Steven, non ci sarà più Cinema. Quel poco che so fare, l'ho imparato quasi esclusivamente da Steven, su quel set. Un'esperienza che ha cambiato e formato la mia vita in molti modi: su quel set, incontrai anche una donna che sarebbe stata una maggiore influenza per la mia vita: Marlene Stewart, che divenne la mia fidanzata... e da lì a poco, anche la costumista di Madonna (TIME Magazine le dedicò un articolo: “The woman who invented Madonna”), e una delle più celebri costumiste di Hollywood, con all'attivo film come: “JFK” e “The Doors” di Oliver Stone; “Terminator 2” e “True Lies” di James Cameron; “Fast & Furious 8” e infiniti altri, fino a “Top Gun: Maverick” con Tom Cruise. Insieme, in una creative partnership di vita e lavoro, realizzammo progetti sia a Hollywood (“L.A. Fashion Day”) che a Milano e Roma (“Doris Norton's Psychoraptus”). Grazie a Corrado Bacchelli. Grazie a William Fraker. Grazie a Steven Spielberg. Grazie al mio karma. E Grazie a Hollywood, California.
Cosa rimane secondo te del cinema di quel decennio che va tra il 1980 al 1990 e com’è oggi il tuo rapporto col cinema italiano? Ho scritto e diretto il mio primo film nel 1982, “Tamburo” per RAI 3, allora agli inizi. E il mio secondo, che ho anche prodotto io stesso, nello stesso decennio, fra l'89 e il '90. Ricordo un episodio significativo di quel periodo: un mio amico produttore, all'epoca, era Mauro Berardi, che produsse sia “Ricomincio da Tre” con Massimo Troisi, che “Non ci Resta che Piangere” con Troisi e Benigni. Quando “Ricomincio da Tre” debuttò, era proiettato in una sola sala, a Roma, e gli spettatori erano pochissimi: Mauro pagò di tasca sua la sala perché continuasse a proiettare il film per due settimane, affinché si diffondesse la “word-of-mouth”, il passaparola, che era un bel film. La strategia di rischio pagò, e il film divenne il successo che tutti sappiamo. Oggi, trovare un produttore che cacci persino un solo euro di tasca sua, è virtualmente impossibile: la cultura del rischio, dell'investimento, della impresa, non esiste più, nel cinema italiano. Berardi era anche un produttore che leggeva personalmente tutte le sceneggiature che gli arrivavano (comprese le mie), ed era in grado di darti delle note dettagliate, al riguardo. Oggigiorno, nessun produttore legge nessuna sceneggiatura: al massimo, ne affidano la lettura e la stesura di una “relazione” a qualche studente fresco di master, che lo fa gratis (per entrare nella struttura della produzione), o per 10 o 20 euro... Quindi, come capisci bene, la sceneggiatura non ha nessuna importanza: l'unico fattore che decide se un film si faccia o meno, è solo la potenza del “padrino politico” (o del partito politico) che appoggia o meno il produttore. Punto e basta. Quando al Maestro Alfred Hitchcock chiesero cosa fosse necessario per realizzare un grande film, egli rispose: “Sono necessarie 3 cose: 1. Una Grande Sceneggiatura; 2. Una Grande Sceneggiatura; e 3. Una Grande Sceneggiatura”. Hitchcock basava tutto sul potere della sceneggiatura, arrivando a pianificare meticolosamente (e a scrivere) ogni singola inquadratura... Ma oggi, nemmeno lui riuscirebbe a produrre un film in Italia – a meno che non avesse dietro un Ministro, o un Segretario di partito, o addirittura un Primo Ministro. It is what it is – and that's all there is...
I tuoi prossimi progetti? Per quanto possa sembrare dissonante con quanto appena detto, ho in preparazione un grande film: è un Neo-Noir in bianco & nero, che spero di girare in pellicola 35mm, con due grandi attori (di cui uno italiano e uno straniero) che hanno già accettato di farne parte; ed una grande attrice (la protagonista), che non ho ancora trovato. Sarà una co-produzione europea, da me diretto e con una grande sceneggiatura, scritta da Toni Occhiello, Teo Perrucci e Tonia Moreo. Al contempo, sempre con sceneggiature scritte dallo stesso trio TTT – i 3T Club, come ci piace definirci – abbiamo due progetti in sviluppo in USA: una commedia romantica a sfondo LGBTQ+, ambientata a Los Angeles e Santo Domingo; ed una miniserie TV storica fra Los Angeles e New York durante la Seconda guerra mondiale, basata su eventi realmente accaduti. Keeping fingers crossed, needless to say... Esiste ancora il sogno americano che avevamo noi della nostra generazione? Forse no – almeno non più il nostro, o non esattamente il nostro. Ma tutto questo pessimismo, questo odio, questa divisività indotta dalla “scelleratezza, follia social” passeranno... Io sono ottimista, a riguardo. Se l'Occidente, e in particolare l'Europa, sapranno “tener botta” agli sconvolgimenti mondiali, e preservare la propria identità e la propria cultura, potremo ancora abbracciarci e sognare insieme... a patto di non soccombere alle nostre paure, continuare ad inseguire l'arcobaleno e struggerci per realizzare i nostri Sogni. Perché questo, tutto questo, che sia americano o no, non importa, questo E' il vero “American Dream”, ovvero l'essenza di esso: una Terra di opportunità, e Giustizia per tutti. Io sono un cittadino americano, sono fiero di esserlo e non smetterò mai di inseguire il mio “American Dream”: perché è stato scientificamente provato che non si muore se ci si impedisce di dormire... ma si muore se ci si impedisce di sognare. Un tuo pensiero per i giovani talenti? Correte a vedere la mostra ROMASUONA al Palazzo delle Esposizioni di Via Nazionale! Respirate le atmosfere, i suoni, i profumi, le immagini e gli amori della generazione che vi ha preceduto; e che con le sue lotte e i suoi tormenti ha reso possibili le libertà di cui voi potete godere adesso... E se potete - se volete - tirate fuori il Coraggio, l'Incoscienza, le Palle e la “Kazzimm” (vulgata napoletana) che abbiamo avuto noi... e che potrebbero condurvi lontano... molto lontano... come portarono molto lontano me a 21 anni, nella mia Ford, con la Zenit al collo, alla scoperta dell'Europa e del mondo: inseguendo un Sogno... Che per tanti, e anche per me, è diventato Realtà. Perchè, come Shakespeare fa dire ad Amleto: “Who knows, what dreams may come” ...
Articolo del
22/05/2026 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|