Gli spaghetti sono un cibo versatile, simbolo di condivisione e un pilastro dell'identità culturale del nostro Paese. Ma gli spaghetti non sono tutti uguali: bisogna saperli cucinare e scegliere i condimenti giusti. Si parte da una matrice comune, la pasta, e poi largo alla creatività in cucina. Ragionando sul valore simbolico di questo piatto, è facile tracciare diversi parallelismi tra la cucina e la musica, in particolare con chi cerca di riproporre una ricetta che è già stata gustata e apprezzata dal pubblico.
Muovendoci su questo piano di immagini, non sbagliamo a riconfermare un parere positivo sulla seconda edizione dello Spaghetti Festival 2026, che ha ritrovato casa nella già collaudata cornice romana della Città dell’Altra Economia a Testaccio. Lo schema è sempre lo stesso, o forse no, perché quest’anno sono tre gli spazi dedicati alla musica: il palco grande che guarda quello piccolo, creando un’alternanza continua tra i "big" e altri talenti nel campo della musica italiana. All’entrata, il Future stage, riservato ai musicisti di un contest promosso dallo stesso festival che è stato vinto dalla band toscana Ejent. Insomma, un’organizzazione degli spazi sonori pensata per far convivere anime diverse, che ci porta dritti al cuore pulsante di questa edizione.
Se i riflettori del main stage sono stati dominati da nomi del calibro di Colombre-Maria Antonietta, Il Mago del Gelato, Faccianuvola, Angelica Bove e Ketama126, non si può certo ignorare la carica esplosiva de Le Feste Antonacci che, pur avendo presidiato il palco minore, hanno dimostrato di poter tenere testa a chiunque. Ma ora, bando alle ciance: immergiamoci nel vivo del racconto.
Il Day 1 viene inaugurato da una coppia di artisti che, per chi frequenta l’ambiente indipendente, rappresentava già una sigla di qualità, ma che è arrivata al grande pubblico con la canzone "La felicità e basta", brano con cui hanno partecipato a Sanremo. Il palco è allestito con un telo d’argento su cui campeggia il loro iconico spicchio di luna, che riprende il concept visivo della copertina del loro ultimo disco "Luna di Miele", pubblicato nel 2025. Un’opera artistica che rappresenta il loro primo album insieme, scritto, composto e prodotto a quattro mani. Lo sottolineo perché la sinergia artistica si nota (e si sente) sul palco. Avendo già assistito ad altri loro live, posso dire che anche allo Spaghetti Festival Colombre-Maria Antonietta hanno riconfermato il loro talento, senza cedere nemmeno di fronte a un caldo tropicale che inaridisce l’ugola e consuma le energie.
Chiaramente, i tempi d’esibizione dei festival sono più corti rispetto ai normali concerti e per un artista è fondamentale fare una buona selezione di brani. Colombre-Maria Antonietta hanno proposto sia brani del loro sodalizio come "Io e te certamente", sia canzoni composte nelle rispettive carriere soliste come "Maria Maddalena", "Alla felicità e ai locali punk" e "Pulviscolo". Il pubblico ha reagito divertito e l’apice del set è arrivato, ovviamente, con la chiusura affidata a "La felicità e basta", che oggettivamente farebbe ballare pure le statue moai. C'è stato spazio anche per ascoltare il loro ultimo singolo "Senza vestiti". E potrei andare avanti, ma il pezzo non può concentrarsi solo su loro due.
Tempo di rifiatare e bersi qualcosa di fresco per tornare a ballare, con ancora più intensità, sulle note del collettivo strumentale milanese Il Mago del Gelato. Nella loro ricca formazione live, la band ci porta in un’altra epoca, tanto lontana quanto attuale grazie alla loro rielaborazione artistica. Per i melomani, la discografia del Mago del Gelato non può rimanere nell’oblio. Bisognerebbe ascoltarli dal vivo almeno una volta nella vita, perché è in quel contesto che si comprende appieno la qualità e il valore musicale del loro progetto. Durante l’ascolto entrano nelle orecchie ritmi funk, afrobeat e jazz, arricchiti da atmosfere sonore che richiamano esplicitamente le colonne sonore del cinema poliziesco italiano degli anni ‘70.
Le loro composizioni sono espressione di quella multiculturalità che affonda le radici nel quartiere milanese di Via Padova, in cui si sono formati. Al loro attivo hanno un disco intitolato "Chi è Nicola Felpieri?", pubblicato nel 2025. Sono stati come sempre impeccabili nei loro brani dal vivo come "Elisir" ed "Enrico, lascia perdere", per poi arrivare alla chiusura con una traccia formidabile come "Stracciatella". Nota sulla esibizione: è stata presentata la nuova canzone "Batticuore" con la trascinante partecipazione di Martina Campi al flauto traverso. Bellissimo il messaggio di chiusura della band al pubblico su cosa voglia dire fare musica: un privilegio che non tutti hanno oggi e che non bisogna dare per scontato.
E se già il parterre si era riempito per Colombre-Maria Antonietta e Il Mago del Gelato, un vero muro di persone si è stagliato davanti al palco centrale in attesa della comparsa di uno tra gli artisti emergenti più innovativi dell’elettronica sperimentale italiana: il giovane Faccianuvola, classe 2002. Si presenta al pubblico in versione molto sobria, con una maglietta bianca, jeans baggy borchiati e le sue caratteristiche cuffie a padiglione. Sul palco ci sono tutti gli strumenti che suona rigorosamente da solo: keytar, sintetizzatore e una tastiera con sgabello. Strumenti che gli servono per ricreare le atmosfere del suo ultimo disco, uscito nel 2025, dal titolo "Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù", un lavoro che gli è valso ottimi pareri dalla critica e un notevole seguito di pubblico (basti considerare i fan in estasi e prontissimi su ogni testo).
Faccianuvola ha accontentato gli avventori dello Spaghetti Festival con i suoi brani più famosi, a partire da "Portami a ballare in primavera", "Verticale", "Disperata gioventù" e "Un’ora come prima", che sono la rappresentazione più diretta del suo stile lo-fi, un cantautorato synthpop che definirei quasi terapeutico per una generazione che ha vissuto il dramma solitario del Covid e ha trovato nella musica una sorta di “cura collettiva”. Due piccole note interessanti sul suo live: la prima è la scelta del brano di apertura, che è la splendida composizione corale di Bepi De Marzi intitolata "Signore delle cime"; la seconda è il brano di chiusura dedicato a Franco Battiato, ovvero la cover di "Cuccurucucù" in una versione elettronica esplosiva che ha fatto saltare tutto lo Spaghetti Festival. Il mio momento preferito? Le due canzoni eseguite l'una dopo l'altra composte insieme al cantautore Rares: un'esecuzione piano e voce di "Agosto" e "Hanno previsto pioggia" capace di fermare il tempo. E così finisce il Day 1, con un successo di pubblico prevedibile che conferma la grande organizzazione del festival di Testaccio.
Dopo aver metabolizzato i ritmi e le linee musicali fatte di nostalgia e intimismo, e con un caldo tropicale che non accenna a mollare la presa, si apre il secondo e ultimo giorno di proposta musicale. Il Day 2 taglia il nastro di partenza con una superband amatissima dal sottoscritto (il che autodenuncia una totale mancanza di imparzialità): Le Feste Antonacci. Gli araldi dell’alt-pop (Giacomo Lecchi d’Alessandro e Leonardo Rizzi), nonostante l’onore di aprire la giornata, si esibiscono sul palco più piccolo — forse la prossima volta sarà il loro turno sul main stage — e con un minutaggio decisamente stretto per una formazione che fa fatica a non strabordare e fare festa — nomen omen — per tutta la notte.
Un campione significativo del loro repertorio artistico, in cui si ritrovano influenze hyper-pop, progressive rock e synth-pop unite a una spolverata di ironia grottesca, prende forma in tracce come "Sigarette", "Diverso" e "La vita fa schifo". Tutte le cartucce delle hit vengono sparate sul pubblico che risponde impazzito con applausi e grida di incoraggiamento, soprattutto sul brano di chiusura al tramonto, "Uomini nudi". Non so come scriverlo diversamente, ma Le Feste Antonacci mettono di buonumore e dovrebbero essere prescritte per legge a chiunque si senta giù di corda.
Pitstop dal fisioterapista, drink per fare reset, ed è subito magia con la peculiare voce di Angelica Bove. L’artista si presenta sul palco con una formazione standard (basso, chitarra, percussioni e tastiere) e uno stile specchio della Generazione Z, un po’ street e un po’ casual, con un top verde fosforescente che sembra quasi un omaggio estetico all'immaginario brat di Charli XCX. Chi lo sa. Al di l'à di ciò, Angelica impressiona per la passione con cui si esibisce davanti alla sua città. Poche parole e tanta musica, superando con abilità e senza panico anche un piccolo imprevisto tecnico.
Personalmente, quest’artista mi ha sorpreso dal vivo per alcune sfumature della voce che non avevo percepito durante l’ascolto del suo ultimo disco "Tana", uscito lo scorso gennaio. Insieme a Faccianuvola, Angelica è un’altra giovane promessa (classe 2003) del pop cantautorale italiano. Dal suo live emerge con forza questo lato emotivo, veicolato da una voce estremamente profonda, scura e densa di sfumature che in brani come "Mattone", "Tana" e "Antipatica" trascina il pubblico nella sua sfera interiore senza il minimo bisogno dell'autotune. Un momento di pura commozione è stato, senza dubbio, l’interpretazione di "Ain’t no sunshine" di Bill Withers.
Le note sensibili e arrabbiate di Angelica Bove fanno da perfetto traghetto verso i lidi della trap. Gli ultimi artisti in scaletta, romanissimi di Trastevere e membri della nota crew Love Gang, hanno infatti il compito di chiudere il Festival. Con lo switch di genere cambia in parte anche il pubblico, che già dal tardo pomeriggio presidiava le transenne per garantirsi un posto in prima fila e ammirare prima la performance di Ugo Borghetti insieme ad Asp126, e poi quella di Ketama126. Il primo duo si fa rappresentante di una rap/trap underground che rielabora gli scenari dello stornello romano in chiave street. È proprio per questo che la Love Gang ha un pubblico così affezionato, capace di identificarsi in quelle storie maledette di amore e quotidianità romana.
I due artisti hanno partecipato anche a un disco molto interessante e dal sapore rap old school, pubblicato nel 2023 con il titolo "Cristi e diavoli". I pezzi con più verve durante il live sono stati "Lungotevere", "Ballantine’s" e "Divisi", quest'ultimo arricchito dalla presenza a sorpresa del talentuosissimo Franco126, che anche in questa occasione non abbandona il suo aplomb da viveur urban, salendo sul palco con l'immancabile bicchiere in mano.
Continuando sull’onda di una trap rivisitata e lontana dai canoni del mainstream, sale poi in cattedra Ketama126, che ha guadagnato una forte popolarità in passato, precisamente nel 2018, con l'album "Rehab". Ketama si presenta supportato da una band vera e propria, inclusa una sezione fiati con un trombettista che lo assiste nel ricreare quelle calde e ruvide atmosfere di stornello e folk romano presenti nel suo ultimo disco, intitolato "33". Anche l’outfit, caratterizzato da una camicia dai colori patriottici, richiama un'immaginario estetico alla Tony Montana. L'artista appare in grande forma e accontenta gli astanti alternando brani recenti a vecchi cavalli di battaglia come "Scacciacani", "Rehab" e "Lucciole". A ribadire l’orgoglio romano ci pensa infine la cover di Franco Califano, "Che cos'è l'amore", che Ketama canta con intensa e viscerale passione.
Ketama è dunque stato colui che ha chiuso la seconda edizione dello Spaghetti Festival con una folla adorante che ha posto un sigillo di qualità su una kermesse musicale che ha dato prova di maturità e continuità, soprattutto grazie alla preparazione del suo staff composto in prevalenza da giovani operatori, e nonostante la spietata concorrenza di due grandi eventi che si sono svolti nel weekend a Roma. Non era facile replicare la ricetta senza stancare e stancarsi. Se questo è il futuro, dobbiamo aspettarci solo belle cose per il prossimo anno.